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ISTAT: affitto medio pari a 399 euro

In Italia, il 18,7% delle famiglie paga un affitto per l’abitazione in cui vive.

La percentuale va dal minimo delle Isole (13,7%) al massimo del Nord-ovest (20,2%). La spesa media per le famiglie che pagano un affitto è di 399 euro mensili a livello nazionale, più alta nel Centro (461 euro) e nel Nord (420 euro nel Nord-ovest e 425 euro nel Nord-est) rispetto a Sud (316 euro) e Isole (309 euro).

La quota più elevata di famiglie in affitto si registra nei comuni centro delle aree metropolitane(27,7%) e nei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti (21,0%), rispetto al 14,8% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane. Nei comuni centro di area metropolitana si paga mediamente un affitto pari a 487 euro mensili, 83 euro in più della media dei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti, e 142 euro in più dei comuni fino a 50mila abitanti che non fanno parte della periferia delle aree metropolitane.

Paga un mutuo il 19,2% delle famiglie che vivono in abitazioni di proprietà (circa 3,6 milioni). La quota di famiglie proprietarie che pagano un mutuo è maggiore nel Nord (24,9% nel Nord-ovest e 22,3% nel Nord-est) e nel Centro (20,7%) rispetto a Sud (10,8%) e Isole (11,6%). Dal punto di vista economico e contabile, questa voce di bilancio è un investimento, e non rientra quindi nel computo della spesa per consumi; ciononostante, per le famiglie che lo sostengono rappresenta un esborso consistente e pari, in media, a 565 euro mensili.

La spesa per consumi, comprensiva degli affitti figurativi, è molto differenziata in base al titolo di godimento dell’abitazione (affitto; proprietà; usufrutto o uso gratuito): è pari a 2.813 euro mensili per le famiglie in abitazione di proprietà (di cui il 35,7% destinato ad Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili); si attesta a 2.150 euro mensili per le famiglie in usufrutto o uso gratuito (il 34,3% dei quali destinati al capitolo abitazione); per le famiglie in affitto è 1.855 euro mensili (con l’abitazione che pesa per il 32,3%, di cui due terzi per l’affitto dell’abitazione principale, pari a oltre un quinto della spesa complessiva).

Al netto degli affitti figurativi, la spesa per consumi sostenuta dalle famiglie scende a 2.074 euro per le proprietarie e a 1.595 per quelle in usufrutto o uso gratuito; conseguentemente, muta anche la quota destinata all’abitazione: passa infatti, rispettivamente, dal 35,7% al 12,7% per le prime e dal 34,3% all’11,5% per le seconde.

Considerando, quindi, i soli esborsi realmente sostenuti, le famiglie in affitto hanno, rispetto al resto delle famiglie, minori risorse da destinare agli altri capitoli di spesa; ciò vale in particolare per le quote destinate a Trasporti (11,5% rispetto al 15,4% delle altre famiglie proprietarie, in usufrutto o in uso gratuito), Ricreazione, spettacoli e cultura (4,5% contro 6,9%), Servizi ricettivi e di ristorazione (5,0% contro 6,9%), Servizi sanitari e per la salute (4,6% contro 6,4%), Abbigliamento e calzature (4,8% contro 6,2%) e Mobili, articoli e altri servizi per la casa (3,9% contro 5,8%).

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ASSEGNI FAMILIARI: DAL 01.04.19 SOLO IN TELEMATICO

Con la circolare n.45/2019 , l’Inps introduce un’importante novità che coinvolge i lavoratori dipendenti che hanno diritto a percepire gli Assegni Familiari.

I lavoratori dipendenti dal 1° aprile 2019 devono presentare la domanda per gli Assegni Familiari, inviando la richiesta all’Inps esclusivamente in modalità telematica. Di conseguenza, non dovranno più presentare al datore di lavoro la modulistica cartacea in uso fino al 31/03/2019.

In modalità telematica all’Inps dovranno essere presentate anche tutte le domande di variazione, nel caso in cui si verifichino modifiche che incidono sull’importo degli assegni familiari.

L’Inps sarà responsabile della verifica del diritto all’assegno e della determinazione dell’importo giornaliero e dell’importo massimo mensile.

Nulla cambia in relazione al pagamento, i lavoratori continueranno a percepire gli Assegni Familiari in busta paga, mentre il datore di lavoro seguiterà a conguagliare gli importi sulle denunce mensili come avvenuto sino ad ora.

Modalità di presentazione della domanda per lavoratori dipendenti di aziende del settore privato:

I lavoratori dipendenti dovranno presentare la domanda di assegno per il nucleo familiare all’INPS, esclusivamente in via telematica, mediante uno dei seguenti canali:

  • WEB tramite il servizio on-line dedicato, accessibile dal sito inps.it, se in possesso di PIN dispositivo, di una identità SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) almeno di Livello 2 o CNS (Carta Nazionale dei Servizi).
  • Patronati e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, anche se non in possesso di PIN.

Gestione domande presentate in modalità cartacea al datore di lavoro fino alla data del 31 marzo 2019:

Nel periodo compreso fra il 1° aprile 2019 e il 30 giugno 2019, i datori di lavoro potranno erogare le prestazioni di assegno per il nucleo familiare, e procedere al relativo conguaglio, sulla base sia di domande cartacee presentate dal lavoratore al datore di lavoro entro e non oltre il 31 marzo 2019, sia di domande telematiche presentate all’INPS  dal 1° aprile 2019.

Per quanto riguarda le domande di assegno per il nucleo familiare presentate in modalità cartacea fino alla data del 31 marzo 2019 , il datore di lavoro dovrà secondo le modalità sinora utilizzate, liquidare gli assegni ed effettuare il relativo conguaglio al più tardi in occasione della denuncia Uniemens relativa al mese di giugno 2019.

Dopo predetta data non sarà più possibile effettuare conguagli di importi per assegni per il nucleo familiare che non siamo stati richiesti con le nuove modalità telematiche.

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BONUS CASA: PROROGA 2019 LEGGE IN BILANCIO

Detrazione IRPEF su ristrutturazioni edilizie e riqualificazioni energetiche, bonus arredi e bonus verde, agevolazioni casa con proroga al 31 dicembre 2019 in Legge di Bilancio.

 La legge di Bilancio proroga tutti i bonus casa, ovvero le detrazioni fiscali su ristrutturazioni, mobili, risparmio energetico, bonus verde. Saranno utilizzabili fino al 31 dicembre 2019, senza particolari modifiche rispetto alle regole applicate in quest 2018 e negli anni scorsi. Vediamo una panoramica delle detrazioni.
  •  Agevolazioni per ristrutturazioni edilizie: Ristrutturazioni edilizie: detrazione IRPEF al 50% su una spesa massima di 96 milaeuro, da ripartire in dieci quote annuali. Spetta per i lavori di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia. E’ esclusa la manutenzione ordinaria (che quindi non è agevolata). Nella Guida alle ristrutturazioni edilizie pubblicata sul sito dell’Agenzia delle Entrate ci sono elenchi dei lavori ammessi all’agevolazione, con esempi specifici.
  •  Bonus Energia: cosa cambia dal 2018

    Ecobonus: è al 65% ma scende al 50% nel caso di infissi, schermature solari, impianti di climatizzazione invernale tramite caldaie a condensazione e a biomassa. Il tetto di spesa cambia a seconda della tipologia di intervento che viene effettuato (da 30mila a 100 mila euro). Ricordiamo che il bonus per la riqualificazione energetica si applica fino al 2021 per gli interventi sulle parti comuni dei condomini nella misura del 65%, oppure al 70% se l’intervento riguarda l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25% della superficie, o ancora al 75% nel caso in cui migliori la prestazione energetica dell’edificio.

  •  Bonus mobili 2018, 23 gennaio 2018
    Bonus mobili: detrazione al 50% fino a un massimo di 10 mila euro, per arredi ed elettrodomestici di classe energetica elevata destinati a immobili oggetto di ristrutturazione.
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PRIMA CASA, QUANDO è PIGNORABILE

La prima casa non è sempre impignorabile: questa vale solo se si tratta dell’unico immobile in proprio possesso.

In caso di pignoramento immobiliare esistono alcune regole che vincolano l’azione dell’ente di riscossione, tra questi è vietato il pignoramento sulla prima casa, a patto che si tratti dell’unica casa del debitore. In sostanza perché valga il principio della pignorabilità della prima casa è necessario che il debitore non sia in possesso di alcun altro immobile, indipendentemente dall’uso, dalla destinazione e dall’accatastamento. Anche chi acquisti un minima quota in un altro immobile rende pignorabile la “prima casa”. Questo significa che nel caso in esame, il possesso di un secondo immobile, rende pignorabile tanto la prima casa quanto l’altra.

Per completezza ricordiamo che in merito al DLgs 158/2015, è stato riformato il sistema sanzionatorio penale e amministrativo. Ai fini del Ravvedimento operoso IMU, TASI e TARI, il DLgs 158/2015 prevede all’articolo 15, comma 1, lettera o, la riscrittura dell’Art. 13 del DLgs 471/1997 che stabilisce la sanzione da applicare per omessi o parziali versamenti in misura pari al 30% con riduzione a metà per versamenti effettuati nei primi 90 giorni dopo la scadenza afferma che:

“1. Chi non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze, i versamenti in acconto, i versamenti periodici, il versamento di conguaglio o a saldo dell’imposta risultante dalla dichiarazione, detratto in questi casi l’ammontare dei versamenti periodici e in acconto, ancorché non effettuati, è soggetto a sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato, anche quando, in seguito alla correzione di errori materiali o di calcolo rilevati in sede di controllo della dichiarazione annuale, risulti una maggiore imposta o una minore eccedenza detraibile. Per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a novanta giorni, la sanzione di cui al primo periodo è ridotta alla metà. Salva l’applicazione dell’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a quindici giorni, la sanzione di cui al secondo periodo è ulteriormente ridotta a un importo pari a un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.”

Il creditore quindi, prima si deve rivolgere al Giudice competente, firmare il decreto ingiuntivo e far notificare il cosiddetto atto di precetto (è una comunicazione ufficiale di preavviso di esecuzione immobiliare, nel quale si avvisa a pagare quanto dovuto e le modalità per farlo così da interrompere la procedura espropriativa) presso il domicilio del debitore, con il quale lo intima di saldare il debito entro 10 giorni. Se il debitore, dopo aver ricevuto l’atto di precetto continua a non pagare, dopo 45 giorni il creditore può richiedere il pignoramento dei beni immobili posseduti dal debitore per la somma che serve a coprire il debito, con la vendita all’asta del bene immobile.

Pignoramento immobile: i vincoli caso per caso

Guida al pignoramento immobiliare: a quanto deve ammontare il debito perché il creditore possa procedere e i diversi vincoli a seconda che si tratti di creditori privati, Equitalia o banche.

In caso di pignoramento immobiliare esistono alcune regole che vincolano l’azione di Equitalia all’ammontare dell’importo del debito fiscale. Diversamente per gli altri soggetti che esercitano l’attività di riscossione non vi sono limiti minimi al credito azionabile con l’esecuzione forzata, ovvero possono procedere al pignoramento della casa o di qualsiasi altro immobile per qualsiasi importo. Qualora il creditore sia una banca, il nuovo decreto Banche ha introdotto alcune novità in tema di pignoramento. Vediamo quindi caso per caso quali sono i vincoli imposti alle diverse tipologie di creditori.

Creditore privato

Per quanto riguarda i creditori privati, il debitore è chiamato a rispondere dei debiti contratti con tutto il suo patrimonio, presente e futuro. Per il pignoramento presso terzi, che riguarda i crediti che il debitore ha verso terzi (per esempio il conto corrente, stipendio), oppure cose del debitore che sono in possesso di terzi, il creditore può agire legittimamente anche per importi minimi. È poi il creditore a valutare se tale procedura ha o meno una convenienza economica, sulla base dell’ammontare del debito.

Se il debitore ritiene che i beni pignorati superino di molto il valore del debito, è possibile presentare al giudice dell’esecuzione un’istanza di riduzione del pignoramento in qualsiasi fase della procedura esecutiva, purché il bene non sia stato venduto. Nel caso in cui la richiesta di riduzione venga accolta, qualora ritenga che l’espropriazione sia stata eccessiva per dolo o colpa, il giudice può decidere di condannare il creditore al risarcimento del danno per responsabilità aggravata.

  • inseriti nel fondo patrimoniale, costituito dai coniugi sui beni destinati ai bisogni della famiglia, a patto però che il debito sia stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia;
  • di interesse artistico o storico che appartengono allo Stato o ad altro ente o istituto pubblico;
  • destinati a sede di uffici pubblici o comunque ad un pubblico servizio;
  • per i quali sia stata concessa immunità territoriale;
  • edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico, anche se appartengono a privati;
  • oggetto di sequestro antimafia disposto dal giudice penale.

Equitalia

Maggiori limiti vengono posti alla possibilità di pignorare un immobile qualora la riscossione del debito venga affidata ad Equitalia:

  • prima del pignoramento è necessario che venga iscritta l’ipoteca;
  • l’ipoteca può essere iscritta solo se il debito è superiore a 20.000 euro:
  • il pignoramento può essere avviato solo se il debito è superiore a 120.000 euro;
  • è vietato il pignoramento sulla prima casa, a patto che si tratti dell’unica casa” del debitore. In sostanza perché valga il principio dell’impignorabilità della prima casa è necessario che il debitore non sia in possesso di alcun altro immobile, indipendentemente dall’uso, dalla destinazione e dall’accatastamento. Anche chi acquisti un minima quota in un altro immobile rende pignorabile la “prima casa”.

Banche

Con l’approvazione del cosiddetto decreto Banche, se in fase di stipula di un mutuo il cliente firma la “clausola di inadempimento”, che ricordiamo essere facoltativa, in caso di mancato pagamento di 18 rate del mutuo, anche non consecutive, la banca può procedere alla vendita dell’immobile, senza bisogno di un processo esecutivo, di un giudice e di un’asta pubblica. Più in dettaglio la norma prevede che si configuri l’inadempimento:

  • quando il mancato pagamento si protrae per oltre sei mesi dalla scadenza di almeno tre rate, anche non consecutive, nel caso di obbligo di rimborso a rate mensili;
  • o per oltre sei mesi dalla scadenza anche di una sola rata, quando il debitore è tenuto al rimborso rateale secondo termini di scadenza superiori al periodo mensile;
  • ovvero, per oltre sei mesi, quando non è prevista la restituzione mediante pagamenti da effettuarsi in via rateale, dalla scadenza del rimborso previsto nel contratto di finanziamento.

A seguito della vendita della casa da parte della banca:

  • se dalla vendita si ottiene un ricavo inferiore al valore dell’immobile, il mutuatario sarà comunque libero dai debiti con l’istituto di credito;
  • se si ottiene un ricavo maggiore, la banca dovrà versare la differenza al debitore.

In ogni caso il trasferimento della proprietà alla banca non potrà essere effettuato in merito agli immobili adibiti ad abitazione principale del proprietario, del coniuge o di suoi parenti e affini entro il terzo grado.

Da precisare inoltre che si tratta di una direttiva non retroattiva che, pertanto, potrà essere applicata solo ai nuovi contratti di mutuo con ipoteca sull’immobile a garanzia oppure finalizzati all’acquisto del diritto di proprietà su un immobile. Nel caso in cui il contratto di mutuo non preveda la clausola di inadempimento restano valide le regole in vigore fino ad oggi:

  • vendita all’asta della casa in caso di non pagamento di 7 rate;
  • in caso di ricavo inferiore, il mutuatario sarà ancora debitore della banca.
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